Alla deriva (film)

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La pellicola Alla deriva vede il buio delle sale cinematografiche italiane nel 2007, diretta da Hans Horn e dichiarato sequel di Open Water, film indipendente del 2003 che inaspettatamente riscosse un enorme successo di critica e soprattutto al botteghino. Purtroppo il film risente fin troppo del suo predecessore, non riuscendo però in nessun frangente a raggiungere i suoi livelli. Si parte così dal titolo, volutamente copiato: Open Water 2: Adrift (in Italia tradotto soltanto con Alla deriva), con il chiaro intendo di attirare i fan del prequel al cinema. L’originale raccontava di due sub dimenticati nel bel mezzo dell’oceano, che si ritrovano a fare i conti con squali e meduse, e soprattutto con l’angoscia di un rapporto (i protagonisti sono marito e moglie) già deteriorato dal tempo e dalle incomprensioni. Nel secondo invece i personaggi sono 6, ex compagni di scuola che si sono ritrovati in una riunione in mare. Si resta però delusi quando si scopre che la trama non appare ben sviluppata fin dall’inizio. La scusante per lo svolgimento della storia è che nessuno dei naufraghi si sia ricordato di gettare in acqua la scaletta. Così, tuffandosi uno dopo l’altro (alcuni vengono scaraventati), si ritrovano a sostenere una situazione assurda e terrificante. Iniziano gli scontri personali, ritornano a galla le vecchie acredini ed il testosterone fa il resto. Inevitabile chiedersi, alla fine del film, dove sia andati a finire i proprietari di quell’enorme massa d’acqua che circonda le terre emerse, i pesci. Non uno squalo e neppure un delfino giocherellone che fa temere, con la sua pinna facilmente confondibile, che ci sia un pescecane nei paraggi. Fortunatamente ci si è limitati nella durata, infatti il tutto volge al termine dopo appena 95 minuti. Purtroppo però questa rappresenta l’unica vera notizia positiva di questo progetto hollywoodiano. A fronte di una trama insoddisfacente però ci si aspetterebbe una prova maestrale da parte degli attori, almeno i protagonisti, che però si lasciano travolgere a pieno nel vortice oscuro di questo fiasco (sono i numeri a parlare). Tra gli attori poi non spicca alcun nome eclatante, alcuni infatti sono al debutto cinematografico. Tra tutti poi, l’unico nome a far notizia, almeno per gli amanti del genere medical, era Eric Dane (uno dei protagonisti di Grey’s Anatomy), che purtroppo non fa altro che far sfoggio di un fisico ancora prestante e del suo bel faccino. Recitare è un’altra cosa. Sei attori dunque non riescono neppure lontanamente ad avvicinarsi al lavoro messo in pratica da due, ripresi da una macchina digitale. Soprattutto però si mostrano incapaci di ricreare quell’atmosfera d’ansia e suspance che Chris Kentis aveva diretto. Si conferma così la vecchia regola che difficilmente i sequel riescono ad eguagliare il successo dei primi capitoli. Spesso non ci riescono gli stessi registi, come si pretende poi che qualcun’altro, posto alla regia, possa ricreare le immagini ed i dialoghi ideati e partoriti dalla mente di qualcun’altro.

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