Articolo 18 statuto dei lavoratori: contenuti e possibili modifiche.

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Ultimamente si parla molto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori perché il programma del governo è modificarlo, in realtà questa operazione nel tempo è stempre stata evocata ma non si era mai riusciti ad attuare questo proposito e sembra che ora si sia ad un passo perché l’attuale governo tecnico su questa ipotesi non intende indietreggiare e allora poche speranze restano ai sindacati e ai lavoratori.
Vediamo di cosa si tratta. Lo statuto dei lavoratori non è altro che la legge 300 del 1970 che in realtà è denominata “norme sulla TUTELA della LIBERTA’ e della DIGNITA’ dei lavoratori, della libertà sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”. Come si vede contiene importanti riferimenti non al solo lavoro ma alla dignità del lavoro stesso e si basa sulla necessità di tutelare chi nel rapporto di lavoro si trova in una posizione di debolezza dovuta comunque alla necessità di lavoro. La norma nasce all’indomani del boom economico, della migrazione dalle campagne verso la città per andare a lavorare nelle grandi fabbriche dove più si avvertiva l’ALIENAZIONE dovuta al lavoro indifferenziato e dove più l’intercambiabilità del lavoratore era possibile visto il lavoro alla catena di montaggio prevede gesti abbbastanza standard.
L’articolo 18 all’interno dello statuto ha una particolare rilevanza perché vieta il licenziamento senza GIUSTA CAUSA o GIUSTIFICATO MOTIVO, ovvero evita che il datore di lavoro possa licenziare un addetto per motivi non inerenti un suo cattivo comportamento oggettivo, ad esempio un furto, vieta anche che possa essere licenziato in seguito alla partecipazione a scioperi o manifestazioni. In caso di licenziamento il lavoratore di aziende con più di 15 dipendenti poteva agire in giudizio e ottenere il reintegro nel luogo di lavoro, questo significa garantire al lavoratore una continuità reddituale e che sia riconosciuto il suo ruolo all’interno dell’azienda stessa, evita lo strapotere del datore di lavoro, accresciuto ora dalla crisi economica e dall’elevata disoccupazione.

In caso di provvedimento favorevole al lavoratore, spetta a questo decidere se rinunciare al REINTEGRO ed avere sono il risarcimento danni, comunque l’articolo riconosceva fino al momento del reintegro il diritto a percepire gli arretrati dello stipendio e i contributi.
Il testo per ben due volte è stato sottoposto a REFERENDUM dai contenuti opposti, infatti, nel 2000 ci fu un referendum che chiedeva ai cittadini se volevano abrogare l’articolo stesso, ebbe solo il 32% di affluenza alle urna , nel 2003 un tentativo di segno opposto, si chiese ai cittadini se volevano estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori e non solo per le aziende con oltre 15 dipendenti, anche in questo caso la proposta non ottenne consensi e solo il 25,50% degli aventi diritto si recò alle urna. Segno che su questo articolo non ben si capisce cosa i lavoratori vogliono.
Con le riforme previste il Governo, e in particolare il Ministro Fornero intende lasciar scegliere al giudice tra il diritto al reintegro oppure l’indennizzo e niente lavoro, lo stesso va da 20 a 24 mensilità. L’unico divieto di licenziamento che resta è quello discrimintatorio, ma deve essere sottolineato che questo non può essere eliminato in base anche a normative europee.
In molto si chiedono se è giusta la lotta per l’articolo 18 visto che ha un’applicazione limitata e la stessa è limitata anche per le nuove formule contrattuali che hanno reso il dipendente già precario. Ritengono quindi sia un istituto obsoleto e le battaglie intorno ad esso ideologiche. In realtà l’Italia ha ancora larghe fette di grande industria con potere economico elevato, basti pensare alla FIAT che già sono poco propensi al reintegro dei lavoratori anche in seguito a sentenze. Non si può liquidare la grande industria come qualcosa di limitato o marginale, è una realtà trainante e far rinunciare ai diritti in quelle realtà impoverirà il Paese anche dal punto di vista economico. I lavoratori diventeranno ancor più appendici delle macchine e saranno eliminati appena conquisteranno un po’ di diritti per essere soppiantati da giovani a basso prezzo.

Non credo che la libertà di licenziamento possa davvero portare investimenti dall’estero anche perché gli stessi mancano per un elevato costo del lavoro in Italia, anche gli imprenditori italiani scappano (fiat) figuriamoci se possono arrivare quelli esterni………….Gli investimenti vanno verso Paesi poveri che non riconoscono tutele ai lavoratori oppure le riconoscono in modo limitatissimo, Paesi con bassi salari, ma la sfida non deve essere al ribasso, la sfida deve essere al rialzo, si deve trovare il modo per aumentare le tutele dei lavoratori dei paesi poveri, per affrancarli dalla loro condizione, per evitare che si continui ad accumulare ricchezza nelle mani di pochi detentori del potere economico che lasciano nella fame coloro che lavorano. Nel mondo circa il 10% della popolazione possiede il 90% delle ricchezze, questo è un segnale, non si può continuare ad accentrare la ricchezza nelle mani di pochi, deve essere distribuita e la distribuzione deve avvenire con salari equi, condizioni di lavoro degne, condizioni che non mettano in pericolo i lavoratori. Non si deve rincorrere l’ECONOMIA GLOBALE AL RIBASSO, ma creare un’ economia solidale ed equa, partendo dei diritti di chi le ricchezze produce ovvero i lavoratori di tutto il mondo. Un paese come l’Italia deve guidare non indietreggaire, stabilire un dialogo per evitare condizioni disumane all’Italia e all’estero, non seguire le economie al ribasso.

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