Crescina (prodotto per capelli)

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Il mito della generazione di calvi degli anni Ottanta si chiamava Cesare Ragazzi, un nome che è ormai diventato uno spot, un uomo che è diventato, per chi ha perso o sta perdendo i capelli, il simbolo vivente della speranza di tornare ad avere una chioma rigogliosa.
Qualche anno fa si è parlato invece di metodi meno invasivi e più affascinanti legati alla biotecnologia: prodotti cosmetici per uso topico a base di cellule staminali vegetali attive.
Il messaggio pubblicitario aveva qualcosa di futurista e nello stesso tempo anche qualcosa di mitico. Alle cellule staminali vegetali era infatti attribuito il misterioso potere di rigenerare e ricostruire gli strati cellulari dell’epidermide e dei follicoli, come se l’estratto di una pianta sempreverde fosse in grado di rendere sempreverde anche la pelle umana.

Ma cosa si intende esattamente per “cellule staminali vegetali attive”?
L’immaginario contemporaneo – e il messaggio promozionale che a questo immaginario vuole appoggiarsi – ce le presenta come cellule vegetali in grado di interagire con le cellule umane, rigenerandole grazie al loro status di “staminali” e cioè alla loro intrinseca capacità di fondersi ad esse e di autorinnovarsi per mitosi.
L’immaginario – e quindi anche il marketing – spesso evitano di proposito di fare i conti con la realtà, giocando sul detto non detto e spesso omettendo dettagli fondamentali. In questo caso il dettaglio riguarda l’incompatibilità tra le cellule vegetali e quelle animali.
Ma allora il prodotto “Crescina” è una bufala?

Assolutamente no. E’ un prodotto che contiene attivi come cisteina e lisina, che sono componenti fondamentali della cheratina dei capelli, e una glicoproteina speciale che, fungendo da fattore di crescita, è in grado di promuovere l’attività delle cellule nel bulbo, oltre a taurina, silicio e zinco e altri attivi fondamentali per la stimolazione della ricrescita dei capelli.
La marcia in più rispetto ad altre fiale analoghe per uso topico potrebbe essere data dalla riproduzione in vitro delle cellule staminali vegetali prelevate dalla radice di piante come Malus domestica, Buddleja e altre simili che hanno una notoria azione antiossidante e antinfiammatoria capace di favorire il rinnovamento cutaneo.
La riproduzione in vitro, oltre a dare la possibilità di stimolare nelle cellule la produzione di metaboliti secondari specifici, offrendo fitocomplessi arricchiti rispetto a quelli reperibili comunemente in natura, garantisce anche la riproducibilità e la standardizzazione delle proprietà fitoterapiche della pianta, una qualità che non è possibile ottenere nelle normali colture.
Dopo la multa subita dall’Antitrust nel 2009, la Labo sembra aver invertito la rotta e eliminato, almeno ufficialmente, i riferimenti alla fuorviante campagna.
I messaggi promozionali attuali sembrano essere molto più attendibili e fanno riferimento non agli affascinanti miracoli hi tech del ventunesimo secolo, ma alle proprietà fitoterapiche degli ingredienti, principi attivi capaci – in alcuni casi – di inibire la produzione di deidrotestosterone (DHT), l’ormone responsabile della caduta e, nei casi più gravi, della completa atrofizzazione del bulbo pilifero.

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