Il diavolo veste Prada (film)

0 3

Uscito nelle sale cinematografiche nel 2006, quindi in piena era “Sex and the city”, “Il diavolo veste Prada” ha avuto immediatamente un grandissimo successo internazionale, tanto da essere addirittura considerato, a distanza di soli cinque anni dalla sua nascita, quasi un classico della commedia statunitense del nuovo millennio.
Questo perchè il lancio commerciale che lo ha visto protagonista è stato a dir poco potente: basti considerare che il film, in parte come le serie televisiva già citata che lo ha preceduto ( e i due successivi film a lei ispirata), è un lunghissimo spot pubblicitario dell’universo lontano e scintillante dell’alta, anzi, altissima, moda newyorkese ed internazionale.
Nelle (terribili) quasi due ore che scorrono sullo schermo, vengono citati, mostrati, ammirati, invidiati marchi su marchi che invadono quotidianamente le pagine pubblicitarie di ogni patinata rivista rivolta esclusivamente ad un pubblico femminile.

La trama, in relazione a questo, è quasi invisibile ( non che anche volendo ci sia molto da apprezzare): classica occhialuta neolaureata, assolutamente a digiuno del mondo dell’alta moda, completamente disinteressata all’aspetto fisico, approda a Manhatthan in cerca di un lavoro impegnativo nel duro mondo del giornalismo.
Con questo intento, si presenta per un colloquio alla corte della più temuta direttrice di riviste del mondo, ovvero Meryl Streep, alias Miranda Pristley, alias il palese riferimento all’Anna Wintour direttrice di “Vogue”
(incredibile notare come la sempre bravissima attrice riesca in questo caso ad adattare il proprio talento al piattume generale della pellicola e della regia).
A questo punto il film va, per conto suo e a dispetto di ogni minimo sforzo che tenda a qualità ed anticontenzionalità: la ragazza occhialuta all’inizio dileggiata da tutti i colleghi (rigorosamente gay) e le colleghe (anoressiche sfreccianti su tacchi altissimi), si trasforma prima di metà film in una chiccosissima taglia 40 (sebbene continui a millantare di essere una grassissima -? – 44) che abbaia dietro al suo temutissimo boss in gonnella, facendo per lei di tutto, dal ritiro in tintoria alla consegna del book preparatorio della nuova uscita della rivista.

Insomma, una schiava più che un collaboratore per lavoro: ma, visto che questo non basta, nel corso dei 109 minuti di banale e deprimente pellicola la serva imparerà ad essere felice e fiera del suo nuovo (imbarazzante) ruolo all’ombra del capo che più cattivo non si può, e, contemporaneamente, si scoprirà (quale sorpresa!) solo prima dei titoli di coda, che la perfida Priestle è in realtà gonfia di orgoglio e di stima per la sua pedante ed ex imbranata collaboratrice.
In tutto questo, come farsi sfuggire la tiepida storia di amore, corna e lascia e prendi con il fidanzatino borgataro?
Insomma, quasi due ore di clichè, banalità e convenzione, rese ancora più irritanti dal messaggio che trasmette: apparire è meglio che essere, ed il top dei top è l’adeguarsi all’ambiente in cui ci si trova per poter primeggiare senza sforzo.
E tanti cari saluti all’importanza dell’essere e del saper pensare.

Piaciuto l'articolo? Fallo conoscere a tutti:

  • Facebook
  • del.icio.us
  • Google Bookmarks
  • Print
  • Twitter
  • Yahoo! Buzz
  • Digg
  • StumbleUpon

Potrebbe piacerti anche Altri autori

E tu che ne pensi?

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Giudizio Generale:
This site uses cookies. Find out more about this site’s cookies.