Il giudice meschino (libro)

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Il giudice meschino è un titolo che si può prestare a diverse interpretazioni perchè non sempre colui che è meschino nel senso di infelice, porta avanti azioni meschine nel senso di grette, eppure il titolo tratteggia efficacemente la situazione esistenziale del personaggio principale del libro.
Nel romanzo di Mimmo Gangemi i giudici sono gli unici personaggi che credono alla giustizia e all’onestà in un mondo dominato da interessi brutali esclusivamente di carattere economico.

Pur essendo lontani dal genere dell’inchiesta giudiziaria, il libro continua la tradizione del romanzo, a metà strada fra attualità e narrazione, iniziata con “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia; è quindi l’ennesima storia di mafia con i soliti personaggi che popolano l’immaginario collettivo?
Andare oltre Sciascia non è facile, soprattutto quando si parla di una realtà che rischia di essere presentata in modo stereotipato, ma Gangemi ci riesce senza cadere nei luoghi comuni e lo fa con uno stile di scrittura attento a non scivolare sul terreno insidioso dell’analisi pseudosociologica.

Al di là della trama, ci troviamo davanti ad una storia che è più di un romanzo, il lettore infatti prende piena coscienza della “mutazione antropologica” avvenuta in una larga parte del territorio nazionale dove la collusione con la ‘ndrangheta è diventata sistema.

A differenza della mafia, quale fenomeno tipicamente siciliano, la ‘ndrangheta è un vero e proprio fenomeno sociale che coinvolge vasti strati della popolazione e non semplicemente un’oraganizzazione malavitosa.
Leggendo “Il giudice meschino”, vengono alla mente le parole del giudice Nicola Gratteri che più di una volta ha parlato di come il fenomeno dell’affiliazione sia strettamente collegato a quello degli intrecci parentali che creano un sistema blindato e impenetrabile che nonostante i colpi subiti dalle varie inchieste giudiziarie, riesce a riprodursi velocemente grazie ad un consenso sociale che non può essere liquidato come semplice comportamento omertoso.

La bravura di Mimmo Gangemi sta nell’aver presentato il fenomeno attraverso una galleria di personaggi che hanno poco di romanzato, ma i cui comportamenti affondano le loro radici nella realtà calabrese che si fonda sull’immobilità della storia e sul valore della singola individualità.
Ecco allora emergere il doppio significato della meschinità: da una parte i giudici meschini perchè infelici, degli antieroi scettici ed ombrosi che hanno come interlocutori personaggi meschini nel senso di gretti come Don Mico Rota, capo ‘ndranghetista che tuttavia non ha la statura di Mariano Arena, il capomafia locale immortalato da Sciascia.
Il parallelo tuttavia non deve lasciare spazio ad equivoci, non esiste un capomafia migliore di un altro sul piano della moralità, ma senza dubbio lo scontro fra uomini descritto da Sciascia rispondeva ad una logica che vedeva nei rappresentati dello Stato o uomini da corrompere o da rispettare.
Nel romanzo di Gangemi invece il giudice e qualsiasi altro rappresentante dello Stato sono nemici, uomini che disturbano e che vanno eliminati e forse questo cambio di prospettiva non può che portare il lettore ad una sorta di pessimismo rassegnato.

Un bel libro che permette di capire molti meccanismi che stanno all’origine della ‘ndrangheta.

Prezzo di copertina: 19,00 euro

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