Il settimo sigillo (Film)

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Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet, Svezia 1957, 96′)
Regia: Ingmar Bergman
Interpreti: Max Von Sydow, Gunnar Björnstrand

Sette sono i sigilli che –è scritto nell’Apocalisse di Giovanni– chiudono il libro alla destra di Dio. Solo spezzando il settimo sigillo sarebbe possibile quindi leggerne il contenuto, e svelare il significato della vita e del mondo.
Fin dal titolo dunque “Il settimo sigillo” di Ingmar Bergman si pone come una riflessione religiosa, riflessione che, come accadrà spesso nella successiva filmografia del grande regista svedese (vedi lo splendido Luci d’inverno), pone l’accento sulle domande senza averne le risposte.
Girato nel 1957, il film è tratto da un atto unico dello stesso Bergman, “Pittura su legno”, e ispirato ai ricordi dei dipinti e gli intagli che il regista vedeva da bambino nelle chiese che visitava con il padre, pastore protestante.

La storia: nella Svezia del quattordicesimo secolo, sconvolta dalla peste, il cavaliere Antonius Block torna dopo dieci anni dalle crociate. Al suo arrivo trova ad attenderlo la Morte, ma il cavaliere cerca di prendere tempo sfidandola a scacchi. Durante il ritorno al castello, tra strazianti scene di morte e follia collettiva, si aggiungono al viaggio vari personaggi, tra cui una coppia di saltimbanchi col loro bambino. Infine il cavaliere subisce lo scacco matto, ma è contento di essere riuscito a distrarre con uno stratagemma la Morte ed aver permesso ai saltimbanchi di fuggire.

Ecco dunque le domande senza risposta di Bergman, rappresentate in un film che è tutto un’allegoria sulla vita: possibile che l’esistenza non abbia uno scopo, che dopo ci sia il nulla? Perché Dio, se c’è, non si mostra? A cosa aggrapparsi, se non si riesce più ad affidarsi ad una cieca fede che non spiega?
E’ la paura della morte, angoscia millenaria che attanaglia l’umanità e che se nel Medioevo della rappresentazione bergmaniana era superata con la superstizione, la caccia alle streghe e la fede senza interrogativi nell’era moderna viene nascosta e soffocata dai ritmi accelerati e dal benessere.
Filmato in uno splendido bianco e nero, tra immagini entrate di diritto nella storia del cinema (la spiaggia iniziale, la raffigurazione della Morte, la danza sulla collina), il Settimo sigillo, pur non perfetto dal punto di vista formale, è una delle più grandi e celebri rappresentazioni del senso di provvisorietà dell’Uomo, un horror vacui esistenziale amplificato dal silenzio di un Dio che Bergman cerca ma non trova.
Limite del film a mio parere è proprio il tentativo di dare una risposta attraverso la beatitudine dei semplici (i saltimbanchi) che non si pongono domande, amano e alla fine si salvano.
In realtà, quando la partita a scacchi finisce e il cavaliere, tormentato, chiede per l’ultima volta una spiegazione, è la Morte stessa a dire spaventosamente: Io non ho alcun segreto, non ne ho bisogno.
Il settimo sigillo resterà chiuso.

Il DVD sconta l’inevitabile logorio del tempo passato su una pellicola così vecchia, sia dal punto di vista del video che dell’audio. Ottimi invece gli extra, tra cui una nota teologica di don Bruno Forte. Il prezzo è di 10 euro circa.

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1 Commento

  1. salvatore dice

    Lo stesso Ingmar Bergman, in una straordinario racconto autobiografico, spiega da dove e, soprattutto, quando nasce il “disegno” di girare uno dei suoi capolavori immortali:

    “Il settimo sigillo”.

    “Qualche volta, da bambino, mi fu permesso di accompagnare mio padre al lavoro. Predicava nelle piccole chiese dei paesi intorno a Stoccolma.
    Erano viaggi festosi e festivi, fatti in bicicletta attraverso un panorama primaverile. Mio padre mi insegnava i nomi di fiori, degli alberi e degli uccelli.
    Passavo il giorno senza essere disturbato dal mondo intorno a me.

    Per un piccolo il sermone è soltanto una questione da adulti.
    Mentre mio Padre predicava dal pulpito e la congregazione pregava e cantava anch’essa, io dedicavo, invece, il mio interesse al mondo misterioso della chiesa fatta di archi bassi e muri spessi.
    Ero rapito dall’eternità.
    La luce del sole colorata vibrava sopra i dipinti medievali e le figure intagliate su muri e soffitti.
    C’era tutto quello che una fervida immaginazione poteva desiderare: angeli, santi, dragoni, profeti, diavoli, creature umane.
    C’erano animali che incutevano molto paura: serpenti in Paradiso, l’asino di Balaam, la balena di Jonah, l’aquila della Rivelazione.
    Tutto circondato da un panorama paradisiaco, insieme terreno e sotterraneo, fatto di un strano miscuglio, eppure dalla familiare bellezza.

    Su uno scranno sedeva la Morte,che giocava agli scacchi con un Crociato.
    La stessa Morte che afferrava il ramo di un albero, dove era seduto un uomo nudo con gli occhi sbarrati.
    Ancora, attraverso dolci colline la Morte conduceva il ballo finale verso le terre che ci sono oscure.

    In un altro arco la Vergine Santa entrava in un giardino rosa, sostenendo i passi esitanti del Bambino e le sue mani erano quelle della donna di un contadino.
    La sua faccia era grave e gli uccelli starnazzavano intorno allla sua testa.

    I pittori medievali avevano ritratto tutto questo con grande tenerezza, abilità e gioia.
    Tutto questo mi aveva trasportato in un modo spontaneo ed allettante, e quel mondo divenne davvero come il mondo di ogni giorno con mio Padre, mia Madre e fratelli e sorelle.
    D’altra parte mi difendevo contro il dramma ritratto sul crocifissione nel coro e nel presbiterio.
    La mia mente fu sopraffatta dalla crudeltà e dalla sofferenza estrema di quella scena.
    Fino a quando molto più tardi fede e dubbio sono diventati i miei compagni di viaggio.
    Era ovvio che finissi per dare forma alle esperienze della mia infanzia.
    Vi sono stato, quasi, costretto per esprimere il dilemma universale.
    La mia intenzione è sempre stata “dipingere” nello stesso modo del pittore di quella chiesa medievale, con lo stesso interesse obiettivo, con la stessa tenerezza e gioia.
    La risata degli esseri umani, il loro pianto, l’urlo della paura, i giochi, la sofferenza, il loro terrore della piaga, del giorno del Giudizio universale, della stella il cui nome è Assenzio.

    La nostra paura può essere di generi diversi, ma le parole per descriverla sono sempre le stesse.

    ….e i nostri questi universali permangono. La nostra domanda rimane”.

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