La bufera razziale in Italia: le parole delle vittime (1938-1945)

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La storia della persecuzione degli ebrei italiani nei sette anni che vanno dal 1938 (quando furono emanate le leggi razziali) al 1945 (quando Hitler e Mussolini furono definitivamente sconfitti) è stata finora scritta solo attraverso i documenti dei persecutori. Per la prima volta esce un libro che affronta questo capitolo nero della nostra storia nazionale attraverso le parole delle vittime. Dal loro punto di vista.

“Gli ebrei sotto la persecuzione in Italia. Diari e lettere 1938-1945” (Einaudi, 390 pagine, euro 15) di Mario Avagliano e Marco Palmieri è un’antologia corale degli ebrei in quel momento storico – per riprendere l’espressione dello storico Michele Sarfatti nella prefazione -, ma è anche una cronaca giorno per giorno del dramma che si consumava in quegli anni, registrata con l’ausilio di fonti come le lettere e i diari coevi che non hanno il vizio della rielaborazione storica, intellettuale, temporale, ma sono immediati e rappresentano testimonianze veritiere della persecuzione.

Come poté accadere che una comunità di nostri connazionali così integrata nella vita italiana, che aveva partecipato in prima linea alle varie fasi della nostra storia (il Risorgimento, la Grande Guerra, finanche il fascismo), ne fosse da un giorno all’altra espulsa?

E come reagirono gli ebrei italiani di fronte a questa tragedia, di fronte al regime fascista che li cacciò dalle scuole, dai posti di lavoro, dall’esercito, da ogni dove della società civile e poi, in complicità con i nazisti, perseguitò anche le loro vite?

Seguiamo il corso dei loro pensieri. Si comincia con la campagna antisemita scatenata da Mussolini tra il 1937 e la prima metà del 1938. Vittorio Pisa, nel suo diario, annota: “mi sembra l’aria impregnata di veleno, sprizzante dai giornali, ormai battenti la gran cassa dell’argomento prediletto: ebrei”.

La speranza è l’ultima morire. Gli ebrei si illudono fino all’ultimo che l’Italia, la civile Italia, non cavalcherà la tigre dell’antisemitismo, non promulgherà provvedimenti di discriminazione nei loro confronti. E invece tra il settembre e il novembre del 1938 vengono varate le leggi razziali, che li trasforma improvvisamente in “stranieri in Patria”. E per gli ebrei fascisti il dramma è duplice: sono traditi dalla loro Nazione ma anche dall’ideologia nella quale hanno in buona fede creduto. “La mente si chiede solo: Ma è possibile? – scrive alla madre l’ebreo fiorentino Aldo Neppi Modona – Con la fede inalterata nel culto di questa terra che consideravo e considero la mia patria […] Come è possibile che non sia più ritenuto degno di essere figlio d’Italia?”.

Sorpresa, incredulità, delusione, smarrimento. E c’è chi non regge al peso dei provvedimenti persecutori, alla perdita del lavoro, all’isolamento sociale. E decide di porre fine alla sua vita. Per salvare i familiari. O come forma di protesta verso il regime e verso il re, che ha firmato le leggi razziali, avallandole.

“Mia cara moglie vi lascio – scrive l’ebreo torinese Emilio Foà -. Salvo così la mia famiglia. Sarebbe stata la miseria. Con le assicurazioni, facendo un mutuo avrai un reddito sufficiente. […]Non condannatemi. Io sono ammalato, molto ammalato. Vogliatevi bene e ricordatemi. Giorgio e Franco vogliate bene sempre a vostra madre a questa santa donna che è stata la grande compagna della mia vita. Vi abbraccio, vi bacio tutti”.

L’ingresso in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, segna un ulteriore aggravamento delle misure persecutorie nei confronti degli ebrei, espulsi anche dal settore privato, obbligati ai lavori forzati e, nel caso siano “stranieri” o di orientamento antifascista, internati in campi o in luoghi di confino.

“A Maggio [1942] – annota nel suo diario l’operaio ebreo Scipione Poggetto – il Ministro delle fabbricazioni di guerra, interdice a tutti gli ebrei, siano questi dirigenti, impiegati, operai, lavorare negli stabilimenti ausiliari, il primo colpo grande all’azienda casalinga è questo. Al 30 Giugno 1942 non posso più lavorare alla Fiat, sono licenziato in tronco”.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943, si passa dalla fase della persecuzioni dei diritti e delle libertà degli ebrei a quella ancora più terribile di persecuzione delle vite. Le parole delle vittime si fanno ancora più accorate, disperate, tristi, commoventi.

“Reparti delle S.S. e della Milizia – registra nel suo diario Giulio Mortara – hanno arrestato nelle case, per la strada, in pubblici locali, gran numero di ebrei. Gli arrestati sono fatti salire su autobus e condotti non sa dove”.

“Cara Signorina – scrive in una lettera Rudolf Levy -, avrete saputo già la disgrazia che mi è capitata. Sono in prigione delle Murate da più di una settimana. Dio solo sa quando potrò uscire. È duro per un uomo di 68 anni che non ha mai fatto male a nessuno di trovarsi in questa situazione”.

Chi è stato preso dai tedeschi o dai fascisti nelle retate di massa e con arresti singoli, viene inviato nei campi di transito di Fossoli e di Bolzano e di qui deportato nei lager del terzo Reich, in particolare ad Auschwitz.
Nei lager è severamente proibito scrivere. Gli ebrei sono privati della vita, figurarsi della possibilità di annotare i propri pensieri.

Il flusso di scrittura riprende al ritorno dai lager, ma solo per i pochi sopravvissuti (su oltre 6800 deportati, solo circa 800 torneranno a casa.
Non è facile raccontare l’orrore della deportazione. Ma c’è chi nelle lettere ai familiari descrive chiaramente quello che è accaduto: “Io ad Auschwitz – racconta Elena Recanati – sono rimasta quattro giorni soli: se ci fossi rimasta un solo giorno di più penso che sarei impazzita. Sono arrivata in un momento di caos tremendo. Incominciava già l’evacuazione del campo; in tutti quei giorni ho potuto mangiare una sola volta pochi bocconi di zuppa: sono stata in appello per delle ore consecutive di giorno, di notte, continuamente, ho ricevuto tante di quelle botte quante non avrei potuto mai immaginare, ho assistito per lo meno a tre selezioni, ho visto scene di orrore inenarrabili, ho sentito quell’indimenticabile, caratteristico odore di crematorio, ho fissato come un’allucinata le fiamme dei forni in cui forse stavano bruciando le spoglie mortali del padre di Guido”.

Un libro che dovrebbe essere presente in tutte le librerie di casa e nelle biblioteche di tutte le scuole. Un libro che commuove, fa riflettere, emoziona. Un libro che racconta una pagina di storia italiana e anche le responsabilità del nostro popolo. Perché molti, troppi italiani in quegli anni (anzi, la maggior parte degli italiani!) accettarono con indifferenza o addirittura condivisero con consapevolezza la persecuzione degli ebrei. Una responsabilità che ancora pesa sul nostro Paese e che questo bellissimo volume, facile da leggere, per tutte le età, svela con sincerità, ricostruendo attraverso tante microstorie individuali la vicenda collettiva degli ebrei e della Shoah.

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