La casa del diavolo (film)

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Dopo aver esordito cinematograficamente con “La casa dei 1000 corpi”, ecco che Rob Zombie ci riprova: dopo la sfolgorante carriera nel mondo della musica, prima con i White Zombie, poi in qualità di solista, l’americano originario del Massachusetts, classe 1965, Rob Zombie approda alla regia cinematografica proprio con il già citato “La casa dei 1000 corpi”, horror in piena regola pieno di sangue e sadismo, nel 2003, e visto il successo della pellicola, decide di dare alla luce il suo seguito, due anni dopo, per trovare una degna fine ai tre orribili assassini che hanno imperversato nel primo film.
Ed è così che nasce “La casa del diavolo”, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 12 maggio del 2005.
La trama segue quella del film precedente a sei mesi di distanza: lo sceriffo ed un piccolo gruppo di agenti decidono di attaccare la casa degli assassini, per arrestarli, ma nell’operazione, se la madre viene arrestata, un figlio scompare ed uno rimane ucciso, gli altri due riescono a fuggire.

Inizia così una vera caccia all’uomo , che in alcuni passi e per il ritmo forsennato delle immagini, fa pensare ai classici polizieschi degli anni settanta.
Se non fosse che l’horror tanto ricercato dalla mano del regista spunta fuori in un modo ancora più violento rispetto al prequel: durante la fuga, infatti, i due assassini ed il padre, che ben presto si ricongiunge a loro, non si fanno scrupoli a rapire, torturare ed uccidere più vittime possibile, in immagini sempre più violente e sempre più sadiche.
Ma in questo film si aggiunge anche un altro aspetto: chi dà la caccia a questa stirpe maledetta, ovvero lo sceriffo, man mano che la storia va avanti, si mostra sempre più simile ai mostri che insegue.
Lo sceriffo, infatti, il cui fratello è stato ucciso dalla famiglia di assassini nel primo film, se all’inizio vuole arrestarli per dare al fratello la giusta vendetta, man mano che il film scorre diventa sempre meno razionale, arrivando presto allo stesso livello degli assassini, tanto da arrivare prima ad uccidere la madre arrestata nella sua cella, e poi, nel corso del film, a torturare la diabolica famiglia, infliggendole terribili pene, fino all’assurdo finale.

Insomma, se il film è un horror splatter sotto tutti gli aspetti, al contempo sembra quasi porre una seria riflessione, come una sorta di novello “Arancia Meccanica”: sono solo i cattivi ad essere pericolosi, pazzi e, appunto, cattivi, oppure anche dai buoni bisogna stare alla larga?
Oppure, più semplicemente, la violenza è violenza, da qualsiasi parte arrivi e su qualsiasi soggetto venga esercitata?
Ma non necessariamente il film deve essere visto ponendosi tali pesanti domande: se piace l’horror sadico e splatter, si può semplicemente ammirare dall’inizio alla fine, facendosi trascinare dalla musica rock che in alcune sequenze sembra la vera e sola protagonista dell’intera pellicola, e lasciandosi coinvolgere in una storia violenta… ma solo guardandola dal divano.

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