La moneta di Akragas, Andrea Camilleri (libro)

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Chi di noi non ha mai pensato, prima o poi, che gli oggetti possano provocare eventi nefasti, scomparire o nascondersi in quanto dotati di anima? È proprio questo il punto di partenza de La moneta di Akragas, il nuovo libro di Andrea Camilleri. Nell’ ’opera, raccontata come sempre dallo scrittore siciliano con l’abilità dialettica che lo contraddistingue, creando un romanzo affascinante e attraente, tra stupendi paesaggi siciliani e divagazioni temporali di qualche migliaio di anni si parte dal 406 avanti Cristo, quando l’antica Agrigento, chiamata appunto Akragas, cade nelle mani dei Cartaginesi. A questo punto, Kalebas, mercenario al servizio di Akragas e servitore di Deixippos, sparanto, riesce a evitare l’eccidio e a scappare. Nella sua fuga porta con sé un sacchettino di monete d’oro, che costituiscono la retribuzione per il servizio di otto mesi svolto. Nel sacchetto di Kalebas si trovano trentotto monete, tutte coniate appositamente: su ognuna, da un lato è situata un’aquila con le ali aperte insieme a una lepre; dall’altro lato, invece, ecco rappresentati un granchio e un pesce. Ogni moneta pesa meno di due grammi d’oro, e rappresenta la paga comprensiva anche della razione quotidiana di grano. Già, perché in quel periodo ad Akrags è più facile trovare oro che frumento. Tuttavia il mercenario viene morso da una vipera. Prima di morire, lancia le monete lontano. Il libro fa un balzo di qualche centinaio di anni e si sposta nel 1908, quando un’altra città siciliana viene distrutta. In questo caso il responsabile non è un nemico straniero, ma un nemico interno: il terremoto. La città, ovviamente, è Messina. In questo scenario, alcuni eventi drammatici fanno emergere una piccola moneta di valore consistente: si tratta chiaramente di una delle monete che erano state coniate ad Akragas e finite nel sacchetto di Kalebas. La moneta finisce a Zar, un appassionato di numismatica. L’anno successivo, nel 1909, uno zappatore trova un’altra moneta. Tuttavia, egli non conosce il valore del prezioso oggetto ritrovato: vorrebbe regalarla al medico del paese, appassionato collezionista che è rimasto molto colpito dalla scoperta del suo paziente, al fine di ripagare il suo debito, ma a causa di una lunga sequela di eventi sfortunati la moneta non finirà a lui. Secondo il medico, la moneta non starebbe facendo altro che testimoniare il proprio desiderio di non comparire di nuovo alla luce del sole, ma di tornare in quella terra dalla quale l’hanno estratta contro la sua volontà, e in ogni caso di non finire mai in una banale collezione. Insomma, come se una regina rifiutasse di vivere in una capanna. Nel romanzo di Camilleri, dunque, questo oggetto di valore diventa allo stesso tempo mezzo e fine: uno strumento che non serve a portare a soddisfazione i propri sogni, quando a cambiare la realtà, sia in positivo che in negativo, a seconda di chi l’ha in mano, di chi ne fa uso. Molto semplicemente, se la persona che la tiene è buona essa servirà per compiere azioni buone; se non è buona, essa sarà usata per fare del male: un piccolo oggetto per trattare di un tema classico della letteratura, la distinzione tra bene e male.

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