L’uomo che cade

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Parole strapazzate e disperse come i fogli di carta che volano dalle Torri. Per chi vuole ancora vivere sicuro.
Non troverete niente che vi consoli, non ci sarà ordine, pace o certezza alla fine dell’Uomo che cade, il romanzo di Don DeLillo dedicato all’unci settembre. Il modo più violento, reale, asfissiante per sentire l’effetto del crollo delle Torri è dal basso: dal fiato, dal pensiero, dalle parole spezzate della gente nei giorni “dopo gli aereoplani”. Quando a un mondo diventato spazio e tempo di cenere e semioscurità, corrisponde l’assenza di un’umana visione o suono comprensibile. La tragedia è nei passi sempre più attenuati, nel non prestare più attenzione, nel chiudersi dentro le più anguste sfere d’azione delle persone. Ci sono stati i due lampi argento nel cielo azzurro, ma il dolore che non sopportiamo vedere è quello della storia di una famiglia disgregata di un sopravvissuto del WTC. Un avvocato quarantenne, sfuggito per poco e con una valigetta non sua. La pena dei comprimari e delle loro esistenze su cui scende la condanna a un muoversi, parlarsi e vedersi solo spezzettato, disunito e disarticolato. Le parole e gli sguardi strapazzati e dispersi come fogli di carta che volano dalle Torri. I grandi protagonisti dell’undici settembre, sono qui ridotti a una farsa. Bambini in ansia perlustrano il cielo pensando a un tale Bill Lawton, nome con cui hanno reso più comprensibile Bin Laden. Un artista, acrobata imprendibile, si lancia nel vuoto, con una protezione rudimentale, da palazzi, cavalcavia, terrazze, ponti. Simula con il corpo il tremendo volo (che abbiamo tutti guardato congelati) dell’uomo, vestito da ufficio, testa in giù, ginocchio sollevato, braccia lungo i fianchi, sullo sfondo la superficie liscia della Torre Nord. L’uomo che cade. Gli attentatori che si preparano e sembrano irreali perchè, a differenza dei sopravvissuti, pensano in modo lineare, semplice, per strade diritte e imbiancate di logica. DeLillo non ci ha mai parlato in un modo diverso. Da rumore bianco a Metropolis non ha cercato di rendere più leggero o gradevole il piatto. Il futuro, la paura, i terremoti sotterranei, le ossessioni collettive. Se esiste un autore capace di stabilire un passaggio immediato tra i singoli e il grande mondo con le sue aberranti rovine e incombenti complicazioni è sempre lui. Una volta avrebbe potuto essere il più grande romanziere di fantascienza, ora non serve. Uno si chiede ancora che storia ci sia dentro l’undici settembre, dopo che la realtà disperata di quei giorni è stata ricoperta da una pietra ormai inamovibile di visioni, parole, interpretazioni, documenti. Ogni uomo che fa capolino anche solo un istante in questo romanzo fornisce la sola risposta: sono io la storia. C’è una diffrenza ancora visibile, anche tra mille sognatori confusi e impotenti “nei gioni del dopo”: chi vuole ancora vivere sicuro nel mondo e chi no. Ai primi, a quelli che vorrebbero vivere ancora privi di complicazioni e alla fine, alla sera cenare, vivi nella loro “vera pelle”.
L’uomo che cade di Don DeLillo, Einaudi.

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