Opinione personale de “Il giovane Papa” di Paolo Sorrentino

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Cresce l’attesa per ” Il giovane Papa“, l’ambiziosa serie-tv realizzata per Sky da parte del regista vincitore di un oscar, Paolo Sorrentino e in onda su Sky Atlantic a partire dal 21 Ottobre.

Si tratta di una mini-serie in 10 puntate, nata da una produzione internazionale, costata 40 milioni di euro e già venduta in 86 Paesi, che vede impegnate Italia, Francia, Spagna, Regno Unito e Usa, e che si è avvalsa di un prestigioso cast che annovera, tra gli altri, i volti di Jude Law, Diane Keaton, Cécile de France ( “Nemico Pubblico numero 1″ e il discusso “Hereafter” di Clinrt Eastwood), James Crownell (lo ricordiamo come il fattore de “Babe-il maialino coraggioso” e “Babe va in città“, ma comparso anche in titoloni quali “Larry Flynt – Oltre lo scandalo” , “L.A. Confidential,”, “Il miglio verde”, “Io, Robot”, “Spider-man 3″, ” Il mondo dei replicanti” e il recente ” The artist”) e il nostro Silvio Orlando.

Due le puntate presentate in anteprima al Festival di Venezia e che, nonostante non abbiano conquistato totalmente l’esigente platea lagunare, hanno regalato una gustosa anteprima su una serie-tv divenuta culto già prima della sua uscita e per abbozzare la complessa personalità di un giovane Pontefice che, schiacciato tra le sue mille contraddizioni, come compare nella sequenza finale del trailer in onda su Sky,  è animato da una ferma intenzione di “Fare la rivoluzione“.

Chiara l’idea del regista partenopeo nel tratteggiare la figura di un Papa che, come dichiarato dallo stesso Sorrentino nella conferenza stampa a Venezia:

 “Il mio Pio XIII  è un Papa diametralmente opposto all’esistente, ma è nell’ordine delle cose che il successore di Bergoglio possa essere un Pontefice più conservatore“.

sottolineando non senza una certa causticità che, a suo avviso, il cambiamento avviato dall’attuale Bergoglio non sarebbe che un fuoco di paglia, che una mera operazione di facciata, aggiungendo:

 “Insomma secondo me è illusorio che la Chiesa abbia avuto un cambiamento con Papa Francesco . Il mio Papa potrebbe risultare in futuro molto verosimile

E, in ogni caso, Lenny Belardo interpretato da un enigmatico Jude Law, sullo schermo Pio XIII, può piacere o meno, ma rappresenta una figura di Pontefice assolutamente sfaccettata, un Pontefice incline ad un conservatorismo d’altri tempi, una sorta di icona di un rinnovato integralismo cattolico. ma non per questo incurante delle sofferenze dei più deboli o disposto a scendere facili  compromessi.
Un Padre della Chiesa nemico degli interessi terreni che albergano in Vaticano e straordinariamente coraggioso nella volontà di non cedere al politicamente corretto, disposto a deludere le aspettative di modernismo di una società che pretende che sull’altare delle libertà individuali siano disinvoltamente immolate morali, regole o dogmi millenari.
Il tutto nonostante i mille dubbi che ne dilaniano l’anima, l’allontanarsi degli affetti personali e addirittura il timore di perdere anche la presenza di Dio, un Dio che, comunque, difenderà caparbiamente sino in fondo.
Attorno a lui si muove scomposto un universo di personaggi non meno articolati fra i quali una Keaton che interpreta una suora, uno smagrito Silvio Orlando, infido Segretario di Stato interessato solo dal Napoli pallonaro e le trame di palazzo o di una de France nei panni della responsabile della comunicazione della Santa Sede.

Una serie che Sorrentino, interpellato costantemente sul tema, non è preoccupato che possa trovare o meno l’approvazione del Vaticano, avendo la pretesa di rappresentare un’opera d’arte e non di catechismo; anche se il regista de la “Grande Bellezza”, sottolinea come nasca senza alcun intento provocatorio:
Il fatto che protagonista della storia sia un giovane Pontefice americano che non risparmia le imprecazione, fuma, sfoggia disinvoltamente infradito e pasteggia con la Coca-Cola alla ciliegia, rappresenta solo l’aspetto folcloristico  di un Pontefice che non si sottrae dal compito immane che lo attende e che, da subito, si affranca dal ruolo di fantoccio, di fenomeno mediatico, di burattino nelle mani di un collegio cardinalizio che ne ha favorito l’ascesa al solo scopo di manovrarlo.
Una figura imperscrutabile la sua, difficile da decifrare, schiacciato pesantemente tra sogni notturni di liberalizzare l’aborto per poi dalla finestra di San Pietro rimbrottare severamente rivendicazioni contrarie alla sacralità della vita, che invece di indicare una via, invita i fedeli a impegnarsi nel cercarla, che ai responsabili della comunicazione vaticana indica i successi raccolti nel comunicare dai Daft Punk e Banskey.

Alla fine una serie da non perdersi, in cui Sorrentino vuole tenacemente raccontare di un clero lontano anni luce da quello tante volte rappresentato dalla iconografia cinematografica nella sua infallibilità , austerità o perfidia, ma semplicemente popolato da uomini in quanto tali deboli, incoerenti o straordinariamente nobili; di un Sorrentino che vuole portare in scena lo spettacolo di tante solitudini che si incontrano in un universo complesso e austero in cui le parole acquistano pesi diversi dalla comune realtà e il futuro si specchia sempre inevitabilmente con il passato.

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