Opinione personale film “Il ponte delle spie”

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Tom Hanks torna sul grande schermo con una grandissima interpretazione nel fil “Il ponte delle spie”. Ambientato nel 1957, in piena guerra fredda, il film si svolge a cavallo fra Stati Uniti e Germania, divisa in due dal celeberrimo muro.

L’avvocato James B. Donovan ha il delicato compito di difendere una spia sovietica, Rudolf Abel, la cui condanna a morte aspetta solo di essere scritta. Lo scenario cambia quando il pilota Francis Gary Powers viene fatto prigioniero dall’Unione Sovietica, che ha abbattuto l’aereo sul quale Powers si trovava. La CIA affida all’avvocato Donovan il delicato compito di stabilire un rapporto diplomatico con i sovietici, proponendo uno scambio di ostaggi. Quest’ultimo avverrà sul ponte di Glienicke, definito appunto il “ponte delle spie”, a Berlino.

Steven Spielberg riabbraccia la tematica storica, portando sul maxischermo una ricostruzione assai accurata del contesto storico-politico nel quale il plot prende forma; tema ben sviluppato è l’isterismo collettivo del popolo americano, che negli ultimi anni dei 50’s e i primi 60’s viveva nel terrore della minaccia comunista, su cui fece molta leva il senatore McCarty.

Il regista commette però l’errore di cadere, ancora una volta per quanto riguarda il cinema targato Hollywood, nella manicheismo ideologico: mentre la Berlino spaccata dal muro in costruzione assume sempre più i contorni di un inferno totalitario, nel quale libero arbitrio e libertà individuali vengono soppresse in nome del Partito, mentre gli Stati Uniti rivestono il ruolo di paladini della libertà e della democrazia (seppur coi loro limiti, sottolineati nella pellicola), aderendo ad un canone desueto ma tanto caro al pubblico a stelle e strisce.

La prospettiva che emerge è sempre la stessa: sono i singoli a modificare il corso della storia. Uno stereotipo che piace oltreoceano e che rispecchia la mentalità statunitense pur rappresentando (con le dovute cautele) un falso ideologico.

Anche la relazione fra cliente e avvocato percorre una strada già ampiamente battuta: Donovan incarna il “giusto”, al punto da difendere una “causa persa” per puro dovere professionale, mentre Abel altro non è che l’ennesimo fedelissimo comunista, pronto a pagare con la vita pur di non mettere a repentaglio l’Unione Sovietica.

Il risultato è comunque soddisfacente per lo spettatore, che può accettare benissimo le “debolezze strutturali” della pellicola grazie ad un Tom Hanks in forma smagliante e la sapiente mano di Steve Spielberg.

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