Opinione personale su Loro 1

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Se non fosse per l’attesa, probabilmente meglio definirla con il suo vero nome ovvero pruriginosa curiosità (non aiutata, anzi, da una serie di striminziti trailers fatti di nulla), di molti nel vedere come l’ultimo premio oscar italiano abbia portato in scena Silvio Berlusconi e il nugolo di leggende metropolitane e acclarate verità che lo circondano, Loro 1 parrebbe, almeno a tratti, una sorta di ideale continuazione della Grande Bellezza.

Ritratta da Sorrentino, infatti, l’agonia di una nazione alla deriva, con Roma immortalata nella sua gaudente implosione, una fatiscente Sodoma notturna impegnata a fingere di esser ancor viva, trastullandosi tra picareschi baccanali e orgiastici party pagani.

Capitale più  che di amoralità di una mediocrità condivisa, in cui cortigiani di ogni tipo fanno a gara per compiacere il proprio sovrano, in modo da poter partecipare, seppure con le briciole, ad un’anestetizzante sogno di felicità, che si rivela, ben presto, davvero di poco conto.

E al centro di questo mercimonio troviamo Riccardo Scamarcio, nei panni di Sergio Marra, audace ed intraprendente imprenditore pugliese che sogna la gloria vestendo i panni dell’intrattenitore per il Cavaliere, occupandosi di procurare ai continui festini, escort che siano all’altezza di tanta opulenza. É lui, infatti, nonostante sulla pellicola aleggi inesorabilmente la figura del patron Fininvest, il protagonista della parte iniziale del lungometraggio, lui e i tanti cortigiani che ne contrappuntano la trama.
Lui e le tante giovane ancelle che Sorrentino porta in scena alla stregua di elementi scenografici, anonimi fondali che, nonostante la bellezza mozzafiato nei loro corpi perfetti, si rivelano incapaci di emozione, afoni nella loro assoluta incapacita di comunicare alcunchè.

Nonostante l’attesa, l’ex Premier fa la sua entrata in scena solo dopo parecchi minuti, ovviamente interpretato dall’attore feticcio di Sorrentino, quel Toni Servillo che, dopo aver prestato in maniera impeccabile e sorprendente il volto a Giulio Andreotti,  impersona con analogo successo, anche da un mero punto di vista fisico, grazie alle indubbie doti camaleontiche, Berlusconi.
Un ingresso che, come a sottolineare l’opinione che il regista campano nutre di questa corte dei miracoli e del suo sovrano, appare sin da subito grottesco, con l’ex Premier agghindato da odalisca, camuffamento utilizzato per strappare un sorriso alla consorte, una convincente Elena Sofia Ricci, efficace a trasmettere il misto di disincantata sofferenza e sbiadito affetto proprio della first lady al tramonto della sua storia matrimoniale.

E così se in Youth, Michael Caine e Harvey Keitel sembravano, seppure in tempi diversi, arrendersi al trascorrere del tempo, In Loro 1 Sorrentino ci parla di un anziano uomo, non di un politico, impegnato a fuggire dalla idea della morte, riparandosi dietro a giovanili bandana e scarpe rialzate.
Il ritratto di un uomo in cerca sempre di qualcosa di più, un uomo che pare non bastarsi e che tra unìestremizzata autoreferenzialità e un patetico bisogno di piacere, cerca costantemente l’adorazione, il consenso del mondo circostante.

Con Loro 1 Sorrentino, non rinunciando alla sua consueta estetica, ma puntando maggiormente sui dialoghi e su una maggiore caratterizzazione dei personaggi , ci racconta, porta in scena un’Italianetta i cui abitanti, o almeno molti di essi, precipitati nel baratro di moralità zero, fanno a gara nel prostituirsi, seppur con modalità diverse, al fine di uscire da una quotidianità divenuta una sorta di onta, una tragedia nazionale da cui affrancarsi ad ogni costo, foss’anche quello di rinunciare alla propria dignità.
Inutile sottolineare come non manchino i momenti surreali, le curiose apparizioni di animali, le infinite carrellate, con tutto il loro alto valore simbolico, il tutto funzionale a rappresentare paradossalmente quella che si cofigura come un’autentica storia d’amore. L’amore quello di Scamarcio, nonostante la spazzatura che lo segue,per la propria compagna, quello del Cavaliere, nonostante la sua insopprimibile necessità carnale, per Veronica.  É lei, infatti, l’unica, brandendo un libro nel deserto culturale che le si muove accanto, a sottrarsi dall’elogio al Totem, l’unica in grado, di far vacillare l’egotica convinzione del consorte leggendogli Saramago, l’unica di cui, paradossalmente, il protagonista sembra non poter fare a meno.
Un film che celebra la fine di un amore o l’impossibilità di raggiungerlo, una vana ricerca resa ancor più grottesca dalla commedia, spesso farsa, che la racconta e che, in ultima analisi, come suggerisce Sorrentino quando parla di un film su sentimenti universali, finisce per raccontare anche qualcosa di ciascuno di noi.

 

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