Recensione “The art of doing nothing” – Mark Owen

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Molti di voi ricorderanno Mark Owen come il cantante “scricciolo” dei Take That, gruppo che negli anni Novanta si è conquistato un posto in vetta nei cuori di milioni di ragazze e ragazzine. Dopo la prima esperienza nel gruppo, Mark Owen si è dato alla carriera di solista e, nonostante alcuni tentativi di ricucire la band e riportarla al successo (processo tuttora in corso), è sul suo percorso di solista che Owen ha deciso di puntare il massimo.

La carta vincente per raggiungere questo obiettivo è stata giocata poco più di un mese fa, con il lancio del nuovo album “The art of doing nothing” (L’arte di non fare nulla), in cui Mark Owen racconta se stesso per mezzo di brani accomunati dal “far niente” che il cantante dice essere la sua occupazione a chiunque glielo chieda.

La produzione dell’album vede nomi di tutto rispetto quali Charlie Russell e Bradley Spence, con l’aggiunta di Starsmith; i brani sono stati registrati presso i Lady Studios di New York.
Il debutto ha visto il titolo comparire da subito nella top 30 della classifica UK, complice il tour di lancio iniziato con un giorno di anticipo rispetto alla distribuzione dei cd e la diffusione del singolo “Stars”.

Il “far niente” che dovrebbe essere la specialità di Mark Owen si rivela un pretesto per provocare con ironia: i brani sono infatti al contrario ricchi di sfumature e passaggi di genere, dal pop in cui l’autore è nato al rock, anche se ancora piuttosto soft. Curiosamente l’album è uscito in due versioni, una normale contenente dieci brani e una deluxe con tre tracce aggiuntive e due diversi remix di “Stars”.

A proposito di questo singolo, emblema dell’album, possiamo dire che è stato una buona scelta: il video mostra Mark Owen in tuta da astronauta mentre gira per la città completamente ignorato, o meglio integrato, dall’ambiente che lo circonda, dove l’alienazione è la regola

“perché siamo soltanto stelle che cercano di tornare da dove sono venute”;

la melodia un po’ malinconica e onirica segue il percorso del testo senza forzature, gradevolmente.

Lo stesso non si può dire di “The end of everything”, forse troppo emotiva per risultare fruibile, anche dallo stesso cantante.

Nel complesso tutti i brani hanno qualcosa di nuovo, in particolar modo nei testi introspettivi e vissuti, segno che il cantante è passato a un nuovo livello, piaccia o meno ai suoi vecchi fan; persino in “Carnival” dove Owen dice di avere un carnevale dentro la sua testa e invita qualcuno a ballare con lui, il tema di fondo è la sua percezione di invecchiare, cadere, risvegliarsi da solo e gridare il suo bisogno di stare insieme a qualcuno.

Ma è di nuovo secondo l’uso dell’ironia che “S.A.D.” non si dimostra affatto una canzone “triste”: eseguita con Ren Harvieu, il brano è un crescendo di musica e speranza, in linea con le voci vibranti delle corde vocali dei due e di quelle degli strumenti ad arco che li accompagnano.

Album complesso e sorprendente, esattamente come era stato annunciato e per questo forse non creduto.

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1 Commento

  1. Clara dice

    Sono una fan sfegatata dei Take That, e ho sempre considerato i lavori da solista di Mark meravigliosi, peccato ci siano pregiudizi nei confronti di Mark ( e i altri) quando fanno qualcosa aldi fuori al gruppo… Adoro questo album.

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